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Il silenzio che seguì sembrò durare un’eternità.

Il silenzio che seguì sembrò durare un’eternità.

Nessuno nella stanza osava respirare.

Sentivo soltanto il ronzio dei macchinari e il battito regolare del monitor che continuava a scandire il tempo.

Il dottor Ibarra posò lentamente la cartella sul tavolino accanto al letto.

«Il signor Arthur Robles era un uomo estremamente prudente», disse con voce calma. «Prima della sua scomparsa volle lasciare precise istruzioni affinché alcuni documenti fossero custoditi dall’ospedale e consegnati soltanto in circostanze molto particolari.»

Marcos cercò di mantenere un tono tranquillo.

«Credo ci sia stato un malinteso. Mia moglie è semplicemente rimasta coinvolta in un incidente.»

«Può darsi», rispose il dottore senza scomporsi. «Per questo motivo sono qui. Il mio compito è soltanto verificare che tutto venga svolto secondo la volontà del signor Robles.»

Sentii Carmen deglutire.

«Che genere di documenti sono?»

«Non posso discuterne davanti a persone che non sono autorizzate.»

Per la prima volta da quando ero entrata in coma, percepii un’incertezza nella voce di mio marito.

«Io sono suo marito.»

«Ne sono al corrente.»

Il dottor Ibarra fece una breve pausa.

«Ma le istruzioni specificano che il contenuto della busta dovrà essere mostrato esclusivamente alla signora Elena Robles, una volta che sarà in grado di confermare personalmente la propria identità e il proprio stato di coscienza.»

Il silenzio tornò a riempire la stanza.

Marcos fece qualche passo nervoso.

«Non sappiamo quando si risveglierà.»

«Aspetteremo.»

Una sola parola.

Ferma.

Irremovibile.

Sentii Carmen sospirare con impazienza.

«Questa faccenda è ridicola.»

Il dottore chiuse la cartella.

«Capisco che possiate essere preoccupati, ma il mio compito è rispettare le volontà del paziente e della sua famiglia.»

Le sue scarpe si allontanarono lentamente.

La porta si richiuse.

Passarono alcuni secondi.

Poi Carmen esplose.

«Hai sentito? Aspetteremo! Non possiamo permetterci di restare fermi.»

«Abbassa la voce», rispose Marcos.

«Se quella busta contiene davvero qualcosa…»

«Non può contenere niente di importante.»

«E come fai a esserne sicuro?»

Nessuna risposta.

Sentii soltanto il rumore di una sedia trascinata sul pavimento.

Marcos riprese a parlare con un tono molto più basso.

«Dobbiamo mantenere la calma.»

«Calma?» sibilò Carmen. «Quell’uomo è comparso dal nulla parlando di istruzioni segrete lasciate mesi fa.»

«Forse è soltanto una formalità.»

«E se non lo fosse?»

Di nuovo silenzio.

Dentro di me, però, qualcosa stava cambiando.

Per giorni avevo creduto di essere completamente sola.

Ora sapevo che mio padre aveva previsto che qualcosa potesse accadere.

Non conoscevo il contenuto di quella busta.

Ma conoscevo lui.

Arthur Robles non lasciava mai nulla al caso.

Quando ero bambina mi diceva sempre:

«Le persone mostrano il loro vero volto quando credono che nessuno le stia osservando.»

All’epoca ridevo.

Pensavo fosse una delle sue tante frasi misteriose.

Ora capivo cosa intendesse.

Marcos e Carmen continuarono a parlare a bassa voce.

Non riuscivo a distinguere ogni parola.

Coglievo solo frammenti.

«…domani…»

«…non possiamo aspettare…»

«…nessuno deve sapere…»

Dopo qualche minuto uscirono dalla stanza.

Sentii finalmente la porta chiudersi.

Per la prima volta rimasi completamente sola.

Provai a muovere le dita.

Il pollice tremò appena.

Era un movimento minuscolo.

Quasi impercettibile.

Ma era sufficiente.

Il mio corpo stava tornando.

Inspirai lentamente.

Le palpebre sembravano pesanti come pietra.

Non era ancora il momento.

Dovevo aspettare.

Ascoltare.

Capire.

Passò forse un’ora.

O forse soltanto pochi minuti.

Persi completamente la percezione del tempo.

Poi qualcuno entrò di nuovo.

Passi leggeri.

Diversi.

«Signora Robles?»

Era una voce femminile.

Gentile.

«So che probabilmente non può sentirmi.»

Riconobbi il tono di un’infermiera.

Controllò la flebo.

Sistemò le coperte.

Poi abbassò la voce.

«Se può sentirmi… non si spaventi.»

Il cuore mi balzò nel petto.

«Il dottor Ibarra mi ha chiesto di controllare personalmente che nessuno modifichi la sua terapia senza autorizzazione.»

Sentii il rumore di alcune carte.

«Ha detto che suo padre si fidava molto di lui.»

Le sue parole mi riempirono di speranza.

«Farò il possibile perché lei sia al sicuro.»

Le lacrime iniziarono a premere dietro gli occhi chiusi.

Non potevo piangere.

Non ancora.

L’infermiera uscì silenziosamente.

Quella notte nessuno tornò.

Il mattino seguente il reparto iniziò ad animarsi.

Voci.

Carrelli.

Porte.

Medici.

Verso mezzogiorno riconobbi nuovamente la voce di Marcos.

«Come sta?»

«Ci sono piccoli segnali positivi», rispose qualcuno.

«Davvero?»

«Sì. Potrebbe risvegliarsi presto.»

Sentii mio marito trattenere il respiro.

«Così presto?»

«È possibile.»

Seguì un lungo silenzio.

Quando il medico uscì, Marcos rimase accanto al mio letto.

Per diversi minuti non disse nulla.

Poi parlò sottovoce.

«Se davvero ti sveglierai… spero che ricorderai soltanto le cose belle.»

Le sue parole mi lasciarono senza fiato.

Non c’era affetto.

C’era paura.

Paura che io ricordassi tutto.

Paura che avessi sentito ogni conversazione.

Paura che la verità venisse finalmente alla luce.

Fu in quell’istante che presi la mia decisione.

Non avrei aperto gli occhi finché non fossi stata abbastanza forte.

Non avrei pronunciato una parola senza sapere di chi potermi fidare.

E soprattutto…

Non avrei più permesso a nessuno di decidere il mio destino.

Perché qualunque cosa mio padre avesse nascosto in quella busta, una cosa era ormai certa.

Aveva previsto il tradimento.

E aveva lasciato dietro di sé l’ultima possibilità di cambiare tutto.

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